Una reliquia di santa Corona venerata a Viterbo

Si trovava nella chiesa di sant’Angelo in Spatha già prima del 1254

Lo svela un’antica epigrafe conservata nel Museo  Civico di Viterbo

L'epigrafe della chiesa di sant'Angelo in Spatha su cui compare la scritta santa Corona

L’epigrafe della chiesa di sant’Angelo in Spatha su cui compare la scritta santa Corona

CANEPINA – Due antiche iscrizioni svelano che il culto di santa Corona, patrona di Canepina, era diffuso anche a Viterbo già prima del 1254. Si tratta di due epigrafi che attestano la presenza di varie reliquie di santi nella chiesa di sant’Angelo in Spatha, una delle più antiche e importanti della città. E’ stata, infatti, eretta a partire dall’XI secolo nell’attuale piazza del Plebiscito, davanti a Palazzo dei Priori. A quell’epoca risale la prima documentazione che ne attesta l’esistenza: un documento del 1078 riferisce della sua fondazione e un altro del 1092 attesta la sua erezione a collegiata. Una lapide interna alla chiesa riporta la data della sua consacrazione, a opera di papa Eugenio III, l’8 maggio 1145. La chiesa deve nome alla famiglia Spatha, che la fece edificare e ne fu a lungo la proprietaria.

Il testo della prima epigrafe dice: “Queste sono le reliquie dei santi Savino ed Eugenio, le quali furono nascoste dal priore Bartolomeo e ritrovate nel mese di luglio dell’anno del Signore 1254, sotto il pontificato di Innocenzo IV”. La seconda recita: “Sono queste le reliquie dei Santi Pietro, Alessandrino, Vittore, Bonifacio e Corona nascoste dal priore Bartolomeo”.

L'altra epigrafe della chiesa di sant'Angelo in Spatha

L’altra epigrafe della chiesa di sant’Angelo in Spatha

Le due epigrafi in peperino, scritte in gotica epigrafica rotonda maiuscola, chiudevano gli incavi scavati in due capitelli nei quali erano nascoste le reliquie. Furono per così dire riscoperte il 30 agosto 1746 quando l’interno della chiesa, romanico, fu trasformato nelle forme attuali. Il priore Bartolomeo è citato in vari atti del 1251 e 1255. Probabilmente le reliquie furono nascoste dal suo predecessore al tempo delle furibonde lotte tra i viterbesi e le truppe imperiali di Federico II di Svevia.

In origine le epigrafi e le reliquie si trovavano a destra dell’entrata di sant’Angelo in Spatha, tra la bussola e la porta maggiore. I capitelli sui quali erano collocate sono ancora nella chiesa, alla sommità di due colonne alte circa 10 metri, incassate nel muro perimetrale. Delle reliquie si è persa ogni traccia, mentre le epigrafi sono conservate nel museo civico di Viterbo, tra il materiale non esposto.

Del ritrovamento delle epigrafi e delle reliquie esiste la relazione originale conservata nell’archivio della Biblioteca degli Ardenti, intitolata “Ragguaglio della prodigiosa invenzione de’ Corpi, e Reliquie di sei Santi seguita nell’insigne Collegiata di S. Angelo in Viterbo nei dì 30 e 31 agosto 1746”. L’anno successivo, Benedetto Bisciari pubblicò un piccolo volume intitolato: “Relazione breve del prodigioso ritrovamento nella collegiata di S. Angelo delle reliquie dei SS. Martiri Savino, Eugenio, Pietro, Alessandrino, Vittore, Bonifacio e Corona”.

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