La dominazione dei Farnese a Canepina (prima parte)

UNA STORIA AL GIORNO… TOGLIE IL VIRUS DI TORNO

Paolo III (al centro), il nipote cardinal Alessandro (a sinistra), e l’altro nipote Ottavio (a destra). Dipinto Eseguito dal Tiziano

CANEPINA – Esattamente 476 anni fa, il 2 aprile 1544, Alessandro Farnese, 220° papa della Chiesa Cattolica con il nome di Paolo III, compì un atto destinato a cambiare le sorti di Canepina e non solo. Il pontefice, nato a Canino il 24 febbraio 1468 da Pier Luigi, signore di Montalto, e Giovannella Caetani, discendente della famiglia di Gelasio II e Bonifacio VIII, donò al figlio Pier Luigi (molti papi in quell’epoca avevano figli legittimi o meno) dieci centri della Tuscia, tra cui Canepina.

Di seguito il testo del diploma pontificio conservato nell’Archivio Vaticano, Indice 117 –  Infeudazioni, foglio 526.

  • Camera Apostolica mandat immitti Petrum Aloysium
  • de Farnesio in possessionem castri Canapini, quod illi
  • donaverat Paulus III pro se et successoribus quibuscumque,
  • die 2 Aprilis 1544.
  • La Camera Apostolica ordina che Pierluigi Farnese
  • entri in possesso del castello di Canepina, che Paolo III
  • gli ha donato in favore suo e di ogni suo successore,
  • il giorno 2 aprile 1544.

Oltre a Canepina, al figlio del papa furono donati: Ronciglione, Caprarola, Fabrica di Roma, Vallerano, Corchiano, Carbognano, Castel Sant’Elia, Borghetto, Isola Farnese. Era il primo passo verso la creazione della Contea (o Stato) di Ronciglione. Un feudo che costituiva un’enclave del Ducato di Castro, voluto dello stesso Paolo III nel 1537. Il Ducato si estendeva dal Tirreno al logo di Bolsena ed aveva per capitale Castro, una città completamente ricostruita dai Farnese, che ingaggiarono alcuni dei più grandi architetti dell’epoca. Da allora, molti dei paesi che ne facevano parte del Ducato aggiunsero al loro nome la dizione “di Castro”: Ischia di Castro, Arlena di Castro, Grotte di Castro, Montalto di Castro e così via. La Contea di Ronciglio e il Ducato di Castro, come in un sistema a scatole cinesi, furono entrambi sottoposti al Ducato di Parma e Piacenza istituito nel 1545 da Paolo III e assegnato al figlio Pier Luigi Farnese.

Il contratto per la costruzione della fontana di piazza del Comune datato 4 gennaio 1589

I canepinesi salutarono come una liberazione l’annessione alla Contea di Ronciglione e quindi al Ducato di Castro. Fin dalla fondazione del paese, avvenuta nella metà dell’anno Mille, e nei cinque secoli successivi, avevano tentato inutilmente di affrancarsi dal dominio di Viterbo e diventare un libero comune. Canepina era il castello più grande tra quelli sottoposti a Viterbo e quindi il maggior contribuente. I viterbesi esercitavano un controllo strettissimo sotto tutti i punti di vista: dall’amministrazione della giustizia alla nomina delle autorità locali; dalle norme degli statuti, che dovevano essere sottoposti al vaglio dei priori di Viterbo, alle regole commerciali. Ad esempio, i canepinesi, abilissimi come erano nella costruzione dei cerchi in legno per le botti, non potevano commercializzarli se prima non avessero soddisfatto il fabbisogno di Viterbo e degli altri territori della Contea. I tentativi di liberazione intrapresi dai canepinesi nel corso dei secoli sfociarono spesso in scontri sanguinosi tra le opposte fazioni: da una parte i “lealisti” e dall’altra gli “autonomisti”. I “ribelli”, accusati di tradimento dai viterbesi, venivano sottoposti a pene severissime dopo processi sommari. Anche perché l’accusa che veniva mossa agli imputati non si limitava a contestare la ribellione a Viterbo, ma anche alla “Santa Madre Chiesa”, giacché la città, guelfa, si considerava tutt’uno con il papato. E non andava meglio nei periodi in cui Viterbo, diventando ghibellina, si schierava con l’impero: chi tradiva la città, tradiva anche l’imperatore.

Un tratto dell’antico acquedotto che dalla sorgente di Campituccio alimentava la fontana della piazza del Comune.

Ma i nuovi padroni si rilevarono ben presto non migliori dei precedenti, almeno per quanto riguardava l’autonomia amministrativa e commerciale. I governatori, che restavano in carica sei mesi e non potevano essere canepinesi, venivano nominati dai Farnese; il controllo sugli statuti comunali restò più o meno identico a quello dei viterbesi; le tasse non diminuirono affatto, anzi in qualche caso aumentarono; la magistratura, i notai, i priori dovevano ottenere la fiducia dei Farnese. Tanto che una parte di canepinesi auspicavano di poter tornare “sotto” i viterbesi.  C’è tuttavia da dire che i nuovi padroni impressero in notevole sviluppo a Canepina. Il paese si estese fuori dalle mura castellane e dalle quattro porte d’accesso: Porta San Sebastiano, Porta del Molino, Porta Piagge e Porta Santa Maria, quella attigua alla chiesa Collegiata. Fu edificato il palazzo comunale, sede dell’amministrazione dei Farnese, via Vallerio, via Donazzano, il convento dei Carmelitani, furono costruite tre fontane e i relativi acquedotti: la fontana di piazza del Comune, la fontana di via Nuova e la fontana di via Vallerio. Nei circa cento anni di dominazione farnesiana furono costruiti anche due molini, uno nei pressi del convento dei carmelitani e l’altro all’Orto della Lega e furono costruite o ampliate alcune strade.

Lettera di Ottavio Farnese datata 24 settembre 1575 con la quale nomina Luciano Silvestri di Castro podestà di Canepina.

La Contea di Ronciglione fu a lungo amministrata dal nipote del papa, il cardinal Alessandro Farnese (aveva lo stesso nome dello zio), colui che ha fatto costruire il grandioso palazzo di Caprarola. Proprio costui fu autore di un gesto di democrazia inusitato per l’epoca. Quando i canepinesi decisero di assegnare la chiesa di Santa Maria del Fossitello a un ordine religioso, in paese si aprì una discussione, a tratti animata, tra i sostenitori degli uni o degli altri. I priori decisero allora di chiedere al cardinal Farnese a chi assegnare la strada. Questi dispose che l’ordine fosse scelto attraverso un “referendum” popolare. E stabilì che a votare fosse un homo per focolare. Stravinsero i carmelitani. Presso il loro archivio generalizio a Roma è tuttora conservato l’elenco dei nomi dei capifamiglia di Canepina che parteciparono al voto: una sorta di “anagrafe” ante litteram di cui dispongono pochi paesi in Italia. Le anagrafi infatti non erano state ancora istituite e nemmeno le parrocchie erano obbligate a tenere i registri dei nati e dei morti. Furono introdotti dal Concilio di Trento, convocato proprio da Paolo III Farnese nel 1544 e durato ben 18 anni. Quando fu dichiarato chiuso, nel 1563, si erano succeduti ben cinque papi: Poalo II, Giulio III, Marcello II, Paolo IV e Pio IV.

Durante tutti i 105 anni di permanenza di Canepina nell’orbita farnesiana, i rapporti commerciali con i viterbesi dovettero per causa di forza maggiore perdurare: senza lo sbocco di Viterbo e dei paesi della sua Contea, le merci canepinesi sarebbero rimaste invendute, a cominciare dai cerchi in legno delle botti. Inoltre, il territorio di Canepina, con la sua orografia complicatissima e i fitti boschi che lo ricoprivano, non aveva terreni adatti alla coltivazione del grano e all’allevamento del bestiame. In particolare, la Palanzana, di proprietà della mensa vescovile di Viterbo, era lavorata esclusivamente dai canepinesi fino all’altezza dell’attuale bivio per San Martino al Cimino. Questi motivi indussero il cardinal Alessandro Farnese a sottoscrivere diverse convenzioni con i priori di Viterbo che regolavano gli scambi. In tutte le occasioni, questi ultimi tornavano a rivendica i loro “diritti” su Canepina.

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