Quando i canepinesi fondarono Monte Romano (prima parte)

UNA STORIA AL GIORNO… TOGLIE IL VIRUS DI TORNO

CANEPINA – Si narra che all’aurora di un giorno di metà giugno del 1946, un folto gruppo di canepinesi s’avviò a piedi verso Monte Romano, dove stata per iniziare la stagione della mietitura del grano. Dopo una scarpinata di circa 45 chilometri, durata un giorno intero, interrotta solo da brevi soste, i canepinesi, falce fienaia su una spalla e la bisaccia nell’altra, arrivarono nei pressi della meta. Il loro tragitto, al fine di sfruttare ogni scorciatoia e trovare riparo dal sole, si svolgeva quasi interamente su percorsi di campagna. Uno di questi, l’ultimo, incrociava la tratta ferroviaria Orte-Viterbo-Civitavecchia, rimasta in esercizio fino al 1961. I viandanti si trovarono di fronte un passaggio a livello incustodito, proprio mentre stava transitando un lunghissimo treno carico di carri armati, cannoni, camion, jeep. Solo alcuni vagoni, posti verso la fine del convoglio, erano occupati da militari americani i quali, affacciati ai finestrini, salutarono il corte di braccianti con ampi cenni delle mani e gridando «goodbye». A causa dello sferragliare dei binari e della distanza, agli orecchi dei canepinesi quella parola non suonò come un saluto ma come una domanda: «‘ndo vai». E loro di rimando: «a mètaaa», cioè a mietere. È questo uno degli innumerevoli aneddoti, legati alla plurisecolare presenza dei canepinesi nelle campagne di Monte Romano, il più importate «granaro di Roma» fin dal Medioevo. Ma l’aspetto poco noto è che i canepinesi, nel corso di quattro secoli, insieme con gli abitanti di Blera e Barbarano Romano, hanno dapprima popolato e poi costruito Monte Romano.

Una veduta di Monte Romano negli anni Trenta del secolo scorso

Nel 1453, Maometto II sferrò l’attacco decisivo a Costantinopoli, che cadde un mese dopo, ponendo di fatto fine all’Impero Romano d’Oriente. Papa Calisto III sì trovò nella necessità di intraprendere una delle ultime crociate nel disperato tentativo di fermare i turchi. Crociata che fallirà in pochi anni. Ma aveva bisogno di grandi quantità di denaro. Decise così di vendere la «Gran Tenuta di Monte Romano e Rocca Respampani insieme con li castelli di Vignanello, Vallerano e Carbognano…». La vendita fu fatta con il cosiddetto patto «redimenti», ossia con la facoltà per il papato di rientrare in possesso dei beni ceduti restituendo la somma incassata. Una facoltà, quest’ultima, che Pio II, successore di Calisto III,  esercitò per riavere Vignanello, Vallerano e Carbognano, ma non Monte Romano. Il papa successivo, Sisto IV, decise di annullare definitivamente il patto «redimendi» per gli altri beni venduti, cosicché Monte Romano restò in perpetuo proprietà dell’Arciospedale di Santo Spirito.

Fin dalla prima stipula del contratto d’acquisto, il Santo Spirito, il più antico ospedale d’Europa nonché la più importante opera benefica del cristianesimo nata nel Medioevo, si pose il problema di rendere produttiva la tenuta di Monte Romano, che si estendeva per migliaia di ettari tra Civitavecchia, Tarquinia, Blera, Barbarano Romano e Villa San Giovani in Tuscia. Nella tenuta c’erano solo le macerie di due antichi castelli: «castrum dirutun Respampani» e «turris e castro diruto Montis Romani». La gran parte dei terreni erano incolti e disabitati. C’era quindi bisogno di coloni. E qui entrarono in ballo canepinesi, il cui territorio, scosceso e coperto di boschi, non aveva spazi sufficienti per la coltivazione del grano. In base a una serie di accordi, spesso sfociati in controversie giudiziarie e scontri violenti, coltivavano la Palanzana, ma i canoni imposti loro da Viterbo, che approfittava dell’impossibilità di Canepina di avere altre terre a disposizione, erano esosi. La prospettiva di avere a disposizione le terre del Santo Spirito, molto più produttive di quelle della Palanzana, e soprattutto a condizioni più vantaggiose, fece il resto.

Una veduta aerea di Monte Romano

Il 12 dicembre 1462 il commendator Pietro Mattei, per conto del Santo Spirito, siglò i patti con i primi coloni «nuovi abitanti Castri Respampani». Di sedici, alcuni erano di Canepina, altri di Bieda, Barbarano e Bassano. La clausola più significativa del contratto stabiliva che ciascun colono ricevesse una casa (in genere una capanna in legno), una salma di terreno libera da canone e adatta alla coltivazione, un aiuto iniziale in grano, un ducato d’oro e la promessa di soccorso in caso di emergenza. Da parte sua, il colone pagava un canone per la casa di dodici baiocchi il giorno di Natale e la quarta parte del raccolto ricavato da appositi appezzamenti di terreno messi a loro disposizione. Da allora iniziò anche il fenomeno che oggi si definirebbe degli «stagionali». Per la semina e, soprattutto, per la mietitura, un numero crescente di canepinesi prese a recarsi a Monte Romano. Un’attività che, come si vedrà, proseguirà per quattro secoli.

Man mano che le capacità produttive dei coloni di Monte Romano aumentava, si faceva più impellente il bisogno di strutture per così dire collettive: in primo luogo i granai, una cappella, le stalle, botteghe artigianali, l’osteria, la dogana e via dicendo. Fu così che nel 1587, viene stipulato un contratto a favore di Mario di Serafino di Moscatello di Canepina per l’appalto delle dogane. Lo stesso anno, due note attestano l’arrivo di altri abitanti di Canepina, ma non specificano il numero. Infine, fu stipulato un contratto con «Cione detto Maccione di Canepina» per la gestione dell’Osteria per tre anni a 40 scudi l’anno di canone.

Allevamento bovino allo stato brado a Monte Romano

Nei primi anni del 1600, il Santo Spirito decise di imprimere un ulteriore sviluppo alla tenuta: venne eretta una nuova rocca per sostituire la vecchia Respampani, ormai fatiscente e inabitabile; fu costruito il ponte al Treponzo per assicurare migliori collegamenti; furono costruite nuove case in muratura e altre strutture intorno alla  rocca Respampani, che molto probabilmente era la residenza del governatore e dei «ministri». Il 10 novembre 1612, tredici coloni canepinesi firmarono una sottoscrizione per la costruzione della cappella: «Noi infrascritti lavoratori di Canepina in Monte Romano promettiamo e in ogni miglior modo di ragione si obbligano di dare et concedere grano da ognuno di noi di mano propria ovvero di nostro consenso a piè scritto alla prossima raccolta senza altra eccezione al Castellano di Respampani o suoi agenti se farà una cappella ovi si possa dir messa per comodità de lavoratori et pastori purché in detto tempo si cominciata a fabbricare et inoltre si obbligano et promettono di pagare ognuno uno starello e mezzo di grano per ogni tre rubbie di sementa mentre lavoreremo in detta tenuta ad effetto di pagare un religioso che celebri le feste comandate la messa..».  L’impegno dei canepinesi, quindi non è solo di contribuire all’edificazione della cappella, ma anche quello di sostenere il sacerdote addetto ai servizi religiosi. Da quel momento i canepinesi si posero un altro obiettivo che riusciranno a cogliere alcuni decenni dopo: far diventare Santa Corona, Patrona di Canepina, anche protettrice di Monte Romano. (CONTINUA)