Tredici canonici di Canepina deportati dai napoleonici

Si rifiutarono di giurare fedeltà all’imperatore francese, come chiese loro il Papa

UNA STORIA AL GIORNO… TOGLIE IL VIRUS DI TORNO

Una panoramica di Canepina con al centro al Chiesa Collegiata dI Santa Maria Assunta

CANEPINA – Fu festa grande a Canepina il 14 maggio 1814: dopo quattro anni si poté svolgere di nuovo la processione di Santa Corona, i fedeli poterono rientrare nelle chiese, rimaste deserte dal 1810.  I canepinesi, almeno quelli di fede cattolica, che erano la stragrande maggioranza, avevano un motivo in più per festeggiare, poiché proprio in quei giorni erano tornati in paese dodici dei tredici canonici deportati dai soldati napoleonici i quali, fedeli alle disposizioni impartite dal papa, si erano rifiutati di giurare fedeltà all’imperatore Napoleone Bonaparte e al suo impero. Il tredicesimo canonico, don Domenico Foglietti era morto prigioniero a Pinerolo il 1° gennaio 1812. Vieppiù, proprio quel 14 maggio, era tornato a Roma papa Pio VII, quello della celebre frase «Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo» rivolta all’ufficiale napoleonico che, entrato al Quirinale la notte del 5 luglio 1809, gli intimò di ritirare la scomunica contro Napoleone e di rinunciare al potere temporale della Chiesa e quindi allo Stato Pontificio. Il papa fu arrestato e tradotto prima a Grenoble e poi a Savona, dove restò due anni. Infine, benché fosse vecchio e malato, fu traferito a Fontainebleau, vicino a Parigi, dove restò altri tre anni, sottoposto a un regime durissimo, tanto che gli fu impedito perfino di leggere e scrivere. Infine, arrivò la caduta rovinosa di Napoleone e il ritorno non solo degli uomini ma anche della situazione geopolitica precedente. Arrivò così la «Restaurazione», l’anacronistico tentativo di riportare la storia indietro fino all’«Ancien Régime» precedente la Rivoluzione Francese.

Una pagina del diario del canonico Giovan Battista Loberti

La chiesa di Santa Maria Assunta di Canepina, nei secoli precedenti, aveva ricevuto dal papa il titolo di Collegiata e la relativa istituzione del Capitolo dei canonici, un privilegio che normalmente spetta alle chiese cattedrali o alle sedi di cattedra vescovile. Il Capitolo di Canepina era composto da tredici canonici. Alla fine di luglio 1810 ricevettero un diktat dal comandante della piazza di Canepina delle truppe napoleoniche: giurare fedeltà all’imperatore o la prigione: «Je giure obéissance aux constitutions de l’Empire ed fedélité à l’Empereur» (Io giuro obbedienza alle costituzioni dell’Impero e fedeltà all’Imperatore) diceva la formula.

Ma i tredici canonici non ebbero alcuna esitazione e risposero «No!», così come aveva chiesto loro il papa. Un paio di giorni dopo furono condotti, insieme a altre decine di preti di tutti o quasi i paesi della Tuscia, a Viterbo e da lì smistati in varie parti del Nord Italia e in Corsica. I loro nomi, tranne alcuni casi, erano rimasti ignoti fino a una trentina d’anni fa, quando monsignor Dante Bernini, Vescovo di Albano, fece pubblicare i diari di don Giovan Battista Loberti, deportato in Corsica dal 1810 al 1814. Loberti, canonico della Cattedrale di Albano, nei quattro anni d’esilio, tenne un dettagliatissimo diario della deportazione dove, tra l’altro, sono annotati i nomi di centinaia di sacerdoti da lui incontrati durante nei luoghi di detenzione, le parrocchie di appartenenza, le date di morti, le malattie contratte eccetera. Una vera e propria miniera d’oro su un argomento che gli storici hanno finora ignorato o solo sfiorato. Quindi è grazie a don Bernini, uomo di grande intelletto, una vita spesa per la pace, la giustizia, la solidarietà, morto il 27 settembre scorso a La Quercia, dove era nato 98 anni fa, se i nomi dei canonici deportati sono quasi tutti noti.

Monsignor Dante Bernini, Vescovo Emerito di Albano

Ad essere imprigionati furono: don Domenico Foglietti, come detto morto a Pinerolo il 1° gennaio 1812. Nella stessa città furono destinati: don Bernardino Zappi, don Pietro Bolognesi, don Antonio Pelliccioni, don Nicola Ribichini, don Florido Rempiccia, don Giuseppe Giovannetti, don Pietro Zappi, don Vincenzo Quattrini. Altri tre furono inviati a Parma, l’arciprete Giuseppe Raggi, don Paolo Pelliccioni, don Giovanbattista Graziotti. Ancora tre preti canepinesi che svolgevano in altre sedi il loro apostolato furono reclusi in Corsica insieme con don Giovan Battista Loberti: don Giacomo Petti, curiale romano, don Antonio Corsi, arciprete a Castiglione in Teverina; don Sebastiano Bastianelli, parroco a Fabrica di Roma. Canepina restò così senza preti, tanto che il vescovo di Orte Lorenzo De Dominicis, da cui dipendeva all’epoca Canepina, inviò da Vignanello un «prete giurato» (così venivano definiti i sacerdoti che si erano piegati ai  francesi). Ma la reazione dei canepinesi fu netta: nessuno entrò più in chiesa finché non tornarono i canonici deportati. Anche il sagrestano, Antonio Pizzi, si «licenziò» e nessun canepinese accettò di sostituirlo, costringendo il «prete giurato», considerato un usurpatore, ad «assumere» un suo paesano. Per inciso, il vescovo De Dominicis aveva giurato fedeltà a Napoleone, mantenendo così l’incarico, anche perché l’unico che avrebbe potuto sostituirlo, il papa, era a sua volta prigioniero in Francia.

Le pagine del diario di Loberti, tra l’altro, svelano le infinite sofferenze cui erano sottoposti i preti deportati. Innumerevoli i giorni in cui è annotato «pane e acqua», oppure «brodaglia» o addirittura «digiuno». Poi le malattie: «piorrea», «febbre», «diarrea». E ancora «Don Del Sole improvvisamente si ammalò e morì»; «Alfieri è morto nella notte tra alti dolori». Non mancano le privazioni di tipo spirituale: «Oggi Pentecoste senza dire né ascoltare la Messa»; «…domenica le guardie hanno interrotto la messa e sequestrate le sacre specie»; «Impedito il rosario collettivo». Si calcola che circa un terzo dei preti, ma anche vescovi e cardinali, deportati morí di malattia o di stenti.

Con il ritorno dei canonici deportati, Canepina tornò alla piatta «normalità» prenapoleonica, estranea, salvo rarissime eccezioni, a ogni pulsione illuminista. E così restò fino al 1870, quando lo Stato Pontificio fu definitivamente e finalmente divelto dalla storia. Insomma, dagli eccessi napoleonici alla conservazione assoluta.