Hasta la victoria siempre, comandante Verdi

Paolo Braccini, nato a Canepina, capo della Brigata Giustizia e Libertà,
fu fucilato il 5 aprile 1944 a Torino dai nazifascisti, aveva 36 anni

UNA STORIA AL GIORNO… TOGLIE IL VIRUS DI TORNO

«Coltivare la Memoria è ancora oggi
un vaccino prezioso contro l’indifferenza
e ci aiuta, in un mondo così pieno
di ingiustizie e di sofferenze,
a ricordare che ciascuno di noi
ha una coscienza e la può usare».
Liliana Segre

Paolo Braccini, il Comandante Verdi, Medaglia d’Oro alla Resistenza alla Memoria

CANEPINA – «… tu sai perché io muoio, tienilo sempre presente e fallo sempre presente a tutti… Non devi piangere per la mia fine: io non ho avuto un attimo di esitazione di rammarico. Vanne a fronte alta. Il mondo migliorerà siatene certe». É un passo della struggente lettera scritta alla moglie Marcella da Paolo Braccini la notte tra il 4 e il 5 aprile 1944, poche ore prima che fosse fucilato nel poligono di tiro del Martinetto, a Torino. Nel corso di quella drammatica nottata, Braccini, 36 anni, due lauree, docente universitario a Torino, comandante Partigiano con il nome di battaglia «Verdi», il «Comandante Verdi»,  scrisse altre lettere alla figlioletta Gianna e ad altri familiari, che sono entrate a pieno titolo tra le pagine più significative ed evocative della letteratura contemporanea italiana. All’alba del 5 aprile 1944, la sentenza inflitta dal tribunale speciale fascista, fu eseguita. Oltre a Braccini, davanti al plotone di esecuzione finirono altri cinque partigiani. Le ultime parole, gridate quando venne ordinato di fare fuoco, furono: «Viva l’Italia Libera». Un anno e venti giorni dopo, il 25 aprile 1945, esattamente 75 anni fa, la profezia di Paolo Braccini si avverò: «… il mondo migliorerà, siatene certe» aveva scritto alla moglie e alla figlia. E il mondo migliorò: l’insurrezione popolare dette inizio alla fine dell’invasione nazista e alla definitiva rovina dei fascio-repubblichini che, insieme, avevano dato vita al più spietato, violento e degenerato dei regimi.

Paolo Braccini al tavolo di lavoro nell’Università di Torino

Paolo Braccini era nato il 16 maggio 1907 a Canepina, dove il padre, Braccio, di origini umbre, fondatore del Partito Socialista ad Orvieto, amico personale di Giacomo Matteotti, era medico condotto. La madre, Ersilia Lorenzetti, era canepinese. Paolo, ultimata la scuola secondaria a Terni, città in cui era stato trasferito il padre, si recò a Milano dove, nel 1930 conseguì la laurea in Agraria. Tre anni dopo si laureò anche in Veterinaria. Subito dopo si trasferì a Torino come assistente incaricato presso l’Istituto di Zootecnia dell’Ateneo cittadino. In dieci anni, tra il 1932 e il 1942, produsse oltre venti pubblicazioni scientifiche. Contemporaneamente cresceva in lui l’avversione al nazifascismo imperante. Avversione che, del resto, aveva già manifestato nel 1931 quando, a 24 anni, fu espulso dal corso per allievi ufficiali perché in casa del padre, durante una delle tante perquisizioni, furono trovate e sequestrate alcune sue lettere di critica al regime.  

Entrato in contatto con ambienti del Partito d’Azione, il 26 luglio 1943 era a Piazza Castello con Duccio Galimberti, durante il comizio che tenne alla folla per incitarla alla ribellione contro i nazifascisti. Dopo l’8 settembre maturò la decisione di avvicinarsi alla Resistenza diventando uno degli organizzatori della Brigata Giustizia e Libertà. Braccini, il 4 dicembre 1943, fu nominato primo comandante della brigata personalmente da Vittorio Foa. La nomina avvenne il 4 dicembre del 1943, in casa di Ada Gobetti, come ella stessa ha lasciato scritto nel suo «Diario partigiano». Alla sua morte gli subentrò Duccio Galimberti, a sua volta ucciso dai fascisti il 3 dicembre 1944.

Paolo Braccini con la moglie Marcella

Il 31 marzo 1944 Braccini fu arrestato durante un’irruzione di fascisti nel Duomo di San Giovanni a Torino, dove stava partecipando a una riunione del Comitato militare regionale piemontese, nel quale rappresentava il Partito d’Azione. Al termine di un processo sommario e dall’esito scontato, fu condannato a morte. La pena, come detto, fu eseguita il 5 aprile 1944. Insieme a Braccini furono fucilati: Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Bigliari, Enrico Giocchino, Eusebio Giambone, Massimo Montano e il generale Giuseppe Perotti (coordinatore del Comitato militare piemontese). Lo stesso anno, a Paolo Braccini fu conferita la Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria. È sepolto nel Cimitero Monumentale di Torino. La moglie Marcella, rimasta vedova a poco più di trent’anni, e la figlia Gianna hanno gelosamente custodito la sua memoria e, come egli le aveva esortate a fare, sono sempre andate a «fronte alta» per la vita e per la morte di Paolo Braccini.

Le lettere 

Alla figlia Gianna, notte tra il 3 e il 4 aprile 1944

La lettera scritta da Paolo Braccini alla figlia Gianna poco prima di essere fucilato

«Gianna, mia figlia adorata, è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima in queste ultime ore perché so che seguito a vivere in te. Sarò fucilato all’alba per un ideale per una fede che tu figlia mia un giorno capirai appieno.

Non piangere mai per la mia mancanza come non ho mai pianto io: il tuo babbo non morrà mai. Egli ti guarderà ti proteggerà egualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua madre. So di non morire anche perché la tua mamma sarà per te anche il tuo babbo, quel tuo babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo babbo che vuoi tutto tuo solo per te e del quale sei tanto gelosa.

Riversa su tua madre tutto il bene che vuoi a lui; ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre galoppa nel tempo futuro che per te sarà e deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora te lo dirò sempre di volta in volta colla bocca di tua madre, nel cui cuore entrerà la mia anima intera quando lascerà il mio cuore.

Tua madre resti per te sempre al di sopra di tutto. Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo padre. Ti benedico».

Tuo babbo

Alla moglie Marcella, notte tra il 3 e il 4 aprile 1944

«Moglie mia, ho finito ora di scrivere alla Gianna ed ora eccomi a te. Ma non ho scritto prima a lei e poi a te; materialmente, colla penna, sì, ma col cuore, col pensiero, coll’animo no, perché ora più che sempre non mi è possibile vedere lei senza vedere te e viceversa: per me siete un tutto unico inscindibile, come quando te la tenevi dentro. Non ti dirò gran cose; non occorre: tra poco sarò tutto dentro il tuo animo e parlerò al tuo cuore ancor più profondamente, totalmente. Tu sai perché io muoio. Tienilo sempre presente e fallo sempre presente a tutti, specialmente alla nostra bambina, il nostro sangue, la nostra vita. Non devi piangere per la mia fine: io non ho avuto un attimo di rammarico: vanne a fronte alta. Non ho perso la vita incoscientemente: ho cercato di salvarmela per te, per la mia bambina, per la mia fede. Per quest’ultima occorreva la mia vita. L’ho data con gioia. Tu e la bambina mi perdonerete. Beneditemi sempre e vogliatemi sempre bene: ne ho tanto bisogno. Educa la bambina come lo puoi soltanto tu: avrai in lei anche tutto l’appoggio morale e spirituale che non avrai più in me. Siate sempre serene se pur non sempre felici. Io non vi mancherò; mi sentirete più vicino a voi di quanto vi possa sembrare al primo momento».

Ti abbraccio, tuo Paolo.

Alla moglie e alla figlia, notte del tra il 3 e il 4 aprile 1944

«Angeli miei,  ci hanno allungato la vita di 24 ore per sottoporci ad un interrogatorio. È stata una giornata densa di pensieri. Tutta la vita mi è passata innanzi, ma più di tutto, sopra tutto, tu, moglie mia, tu figlia mia. Il cappellano che ci assiste, e col quale ho avuto anche un cordiale colloquio, mi ha detto che svolgendo certe pratiche è possibile riavere il cadavere. Fatelo; a me non importa nulla, ma so che per voi può e potrà essere un conforto; se, poi, tu facessi la tomba in un posto ove un giorno (molto lontano) ti potessi riavere vicino a nanna con me, allora ne sarei contento.

Attenderò quel giorno con tutta la passione mia, ma che venga lontano, in modo che tu possa vedere i figli di nostra figlia più grandi di quel che ho visto io mia figlia.

Il mondo migliorerà: siatene certe; e se per questo è stata necessaria la mia vita, sarete benedette. Io vi benedico per il grande conforto, per il grande sostegno che la certezza di essere da voi due ricordato e amato mi dà e che mi fa andare sereno davanti al plotone di esecuzione. La mia fede mi ci fa andare sorridendo. Tenetemi nel vostro cuore per tutta la vita, come io per tutta l’eternità».

 Tuo marito – tuo babbo.

Il fratello Fabio, combattente partigiano

La lettera scritta al fratello Fabio da Paolo Braccini poco prima di essere fucilato

CANEPINA – I bagliori dell’aurora che filtravano dai vetri dalla stretta finestra della cella in cui era rinchiuso avvisarono  Paolo Braccini che ormai gli restava ben poco da vivere: l’alba stava per arrivare. Aveva passato l’intera nottata a scrivere alla moglie Marcella, alla figlia Gianna e ai familiari. All’improvviso però avvertì il bisogno di scrivere ancora una volta al fratello Fabio, di sette anni più giovane. Trovò un pezzo di carta e, di getto, vergò poche ma incisive righe: «Fratello mio, muoio sereno, anzi quasi con gioia. All’altare della Patria e della Fede occorre immolare vittime. La mia vita è stata necessaria e l’ho data. Negli ultimi momenti ho avuto tutti in mente, tutti a me davanti, ma tra tanti giganti, giganteggiava il Babbo. Sarai orgoglioso anche di tuo fratello. Tu conservati: pensa a mammetta nostra: pensa a Gianna e a Marcella.  Addio, un bacio. Tuo fratello»

Un nome, quello di Fabio Braccini, finora poco noto, ma egli ebbe un ruolo molto importante nella Resistenza, probabilmente spinto dall’esempio del fratello maggiore.  Quando Paolo si trasferì da Milano a Torino come docente universitario ebbe modo di frequentare a lungo il fratello Fabio, ingegnere chimico, che viveva nel capoluogo piemontese da alcuni anni.  Probabilmente fu lo stesso Fabio a introdurre Paolo negli ambienti del Partito d’Azione. Dopo la fucilazione di Paolo, Fabio divenne un partigiano combattente, dapprima nei Castelli Romani, fino alla liberazione di Roma nel giugno 1944, poi come capitano del Battaglione San Marco, nella Divisione Cremona, fino al 25 aprile 1945.