Oltre 150 giovani canepinesi dissero no alla RSI

Avevano da 20 a 22 anni ed erano stati condannati alla fucilazione dai fascisti
Anche i militari sbandati si rifiutarono di arruolarsi nell’esercito repubblichino

UNA STORIA AL GIORNO… TOGLIE IL VIRUS DI TORNO

Giorgio Rem-Picci in divisa da aviatore nel 1941.

CANEPINA – Il 25 maggio 1944 scadeva l’ultimatum di chiamata alle armi nell’esercito fascista della Repubblica sociale italiana per i giovani delle classi 1922, 1923 e 1924. Il 17 maggio 1944 la Prefettura di Viterbo aveva pubblicato il cosiddetto «Bando del perdono» poiché estendeva una precedente amnistia ai militari sbandati e ai civili che, in virtù di un precedente decreto, avrebbero dovuto essere fucilati. Tra l’altro, lo stesso bando prometteva l’impunità ai militari e ai civili che si erano uniti alle bande partigiane, purché si arruolassero nell’esercito repubblichino. Il bando fu firmato da Giorgio Almirante che, in qualità di capo di gabinetto del ministro, lo trasmise a tutte le prefetture della Repubblica sociale italiana. Il suo superiore, Ferdinando Mezzasoma, vicesegretario del PNF e ministro della cultura popolare della RSI, si trovava a Milano con Benito Mussolini. Ma il «perdono» promesso dai repubblichini non allettò né i militari dichiarati disertori né i giovani renitenti alla leva, tanto che nessuno degli uni e degli altri rispose all’appello.

Quasi tutti i militari di carriera di Canepina erano marescialli, tranne Giorgio Rem-Picci, ufficiale dell’Aeronautica e pilota collaudatore, e Oreste Fiorentini, colonnello dell’Esercito. Tutti scelsero di rimanere fedeli al re e alla Monarchia, come avevano giurato al momento di indossare la divisa. Tra i marescialli c’era anche Nino Pesciaroli, che sarà nominato primo sindaco di Canepina dagli Alleati l’8 maggio 1944, giorno della liberazione del paese. Dai documenti è altresì emerso che i fratelli Giorgio e Fabio Rem-Picci, nei mesi successivi all’armistizio di Cassibile, il 3 settembre 1943, avevano preso contatti con gli Alleati e con le autorità italiane delle zone liberate. In particolare, Fabio, nei giorni immediatamente precedenti al bombardamento di Canepina, era stato informato dell’imminente arrivo degli americani. Tanto che proprio il 5 giugno pomeriggio era uscito da casa per avvisare il maggior numero possibile di persone di quanto sarebbe avvenuto di lì a poco. Ma, mentre si trovava in piazza Cavour, furono sganciate le bombe che distrussero parte di via Stella ed egli rimase sotto le macerie gravemente ferito.

Nino Pesciaroli, maresciallo dell’Esercito, nominato sindaco reggente di Canepina dagli Alleati.

I giovani canepinesi dai venti ai ventidue anni che non risposero alla cartolina precetto erano oltre centocinquanta. Quasi tutti si erano rifugiati nelle campagne circostanti il paese. La maggior parte di loro era nascosta nei casali o nelle cantine. Ogni giorno, numerosi ragazzi tra i 15 e i 17 anni, spesso fratelli, cugini o amici di famiglia dei fuggiaschi, partivano a piedi dal paese con grossi fazzoletti contenenti quel poco di cibo che le famiglie riuscivano a mettere insieme per mandarlo ai figli, sui cui capi pendeva la condanna alla fucilazione.  Numerosi giovani renitenti alla leva, tra l’altro, per non rischiare l’arresto dovettero lasciare il lavoro, impoverendo ulteriormente un paese già alla fame.

I rischi più grossi, sia i militari che i giovani «ribelli», li corsero proprio la mattina del 25 maggio 1944 quando, alla scadenza dell’ultimatum lanciato con il «Bando del perdono», i fascisti e i tedeschi iniziarono a rastrellare le campagne di tutti i centri del Viterbese a caccia di «sbandati». Una delle zone più battute fu proprio il Cimino. Nessun canepinese cadde nella rete nazifascista. Alcuni ventenni furono invece catturati nell’area circostante il lago di Vico.

I comandi tedeschi erano ormai consapevoli che non avrebbero resistito all’urto delle truppe alleate provenienti da Sud. E stavano organizzando la ritirata verso la cosiddetta Linea Gotica. Quindi, nel volgere di un paio di giorni, la presa sulle popolazioni locali si allentò sensibilmente e già il 27 e il 28 maggio gran parte dei presidi della Wermacht erano stati smantellati, compreso quello realizzato sulla montagna, subito fuori Canepina. Anche gli ufficiali che avevano preso alloggio a Sant’Amanzio, nella casa dei Rem-Picci, erano improvvisamente scomparsi. I pochi canepinesi che potevano informarsi attraverso la radio sull’evolversi della situazione confidavano che il «fronte sarebbe passato» presto e che la guerra sarebbe finalmente finita. Nessuno di loro poteva immaginare che pochi giorni dopo il paese avrebbe vissuto uno dei giorni più tristi della sua piccola storia.