Ricognizione medico-legale sulle ossa di Santa Corona

Fu eseguita nel 1981 su disposizione del vescovo di Belluno e Feltre
I risultati consegnati anche al parroco di Canepina don Giovanni Bitti

UNA STORIA AL GIORNO… TOGLIE IL VIRUS DI TORNO

Il femore sinistro attribuito a Santa Corona (Feltre 1981).

CANEPINA – Quattro colonne, sormontate da capitelli finemente lavorati, sorreggono un’arca in marmo cipollino ornata da un elegante fregio di boccioli e di foglie accartocciati: questa, in estrema sintesi, la descrizione della grande urna esposta nella cripta di fattura bizantina del Santuario di San Vittore e Santa Corona a Feltre. Nell’arca, in una teca di cristallo, inclusa in un contenitore di piombo, a sua volta inserito nell’arca di marmo, sono conservati i resti attribuiti a San Vittore e Santa Corona, che della Diocesi di Belluno e Feltre sono i patroni. Il 19 maggio 1943, l’arca fu aperta per la prima volta dopo secoli: al suo interno furono rinvenute ossa umane e una tavoletta in piombo sulla quale era incisa l’iscrizione: «Nell’anno 205 dalla nascita di Cristo, sotto Antonino Cesare, i corpi dei santi martiri Vittore e Corona furono trasportati dal martire Teodoro e da me indegno Solino, vescovo di Ceronia, composti in Gesù Cristo il 18 settembre». Tutti gli studiosi concordano che le caratteristiche dell’iscrizione sono databili al primo Medioevo, precisamente tra il VI e il VII secolo. La ricognizione si concluse così e sui resti umani non fu svolta alcuna indagine medico-legale.

Le vertebre attribuite a Santa Corona (Feltre 1981).

Cosa che, al contrario, fu fatta e accuratamente documentata il 2 novembre 1981, per volontà del vescovo Maffeo Ducoli il quale, il mese precedente, aveva nominato una commissione di esperti: una ventina di persone in tutto, tra medici legali, antropologi, storici, esperti marmisti, un fotografo e un notaio per la redazione dei verbali. Dapprima, gli esperti esaminarono tutto il materiale contenuto nell’arca, a iniziare dai documenti, le fotografie e i sigilli della ricognizione eseguita nel 1943. Infine, il 19 novembre successivo, venne aperta la teca in cristallo in cui, nel 1943 erano state inserite le ossa. I reperti umani furono catalogati uno per uno: appartenevano a due persone, una di sesso maschile e l’altra femminile.

Il professor Cleto Corrain, medico legale, analizzate le ossa femminili, trasse le seguenti conclusioni: «Appartengono a un individuo di sesso femminile, con ogni verisimiglianza: le due scapole, le costole, le ossa dell’arto superiore, il femore sinistro le ossa del piede, le vertebre». Ma scaturì anche un risultato totalmente in contrasto con la tradizione e con lo stesso «Martirologio Romano» (il libro che costituisce la base dei calendari liturgici che determinano le feste religiose): «Il complesso di tutti gli elementi scheletrici descritti indica un soggetto di sesso femminile, non propriamente gracile, con una statura di 158 centimetri (come si evince dalle due ossa lunghe), più che discreta per l’epoca presumibile. Le condizioni di degenerazione delle ossa, comuni a quasi tutti i reperti, sono suggestive di un individuo di età avanzata, per non dire senile…». Insomma, quelle ossa, se fossero davvero di Santa Corona, smentirebbero che ella fosse una giovinetta che, assistendo al martirio di San Vittore, si convertì, si professò cristiana andando incontro a un orrendo supplizio. Ma anche per San Vittore l’esito dell’analisi delle ossa non fu in linea con la tradizione: «Nel complesso tutti gli elementi scheletrici denunciano una moderata robustezza in un soggetto di alta statura (desunta da tre ossa lunghe) di 173,6 centimetri e nella piena maturità».

Le ossa coxali attribuite a Santa Corona (Feltre 1981).

Ma non è ancora tutto: nel corso della ricognizione di Feltre, furono acquisiti anche gli esiti dell’indagine medico-legale condotte a San Lorenzo del Pasenatico, un comune croato della regione istriana, dove sono conservati dei resti scheletrici attribuiti a San Vittore e Santa Corona. Nell’urna vennero però trovate solo ossa appartenenti a un solo individuo di sesso maschile: uno scheletro praticamente intatto e in ottimo stato di conservazione. Delle ipotetiche ossa di Santa Corona nessuna traccia.

Resti scheletrici attribuiti a San Vittore e Santa Corona sono conservati anche ad Osimo, nelle Marche. Secondo alcune fonti, i corpi dei due santi sarebbero stati sbarcati al porto di Numana, nel marchigiano, pochi anni dopo il loro martirio, insieme con il corpo di San Filippo. Nel 1193 i resti furono traslati nella vicina Osimo, divenendo da allora i patroni della città, almeno fino al 1967, quando nuovo patrono divenne San Giuseppe da Copertino. Nascoste per terrore di una profanazione saracena, le reliquie dei due martiri furono riesumate solo nel 1432. Nel 1662, il vescovo Antonio Bichi dispose una nuova ricognizione nei sarcofagi posti nella cripta del duomo di Osimo.

Le ossa dei piede attribuite a Santa Corona (Feltre 1981).

Ma come si spiega tanta proliferazione di reliquie di San Vittore e Santa Corona, come della maggior parte dei martiri?  Le reliquie erano venerate già dai primi cristiani. I pellegrinaggi, oltre che nei luoghi della vita di Gesù, erano sempre più spesso finalizzati a raggiungere le tombe dei martiri. Si riteneva infatti che esse rappresentassero il punto d’incontro tra il cielo e la terra, uno spazio dove gli uomini potevano entrare direttamente in contatto con il soprannaturale: il santo ascoltava le preghiere dei fedeli e intercedeva presso il Signore. Per avvicinarsi al corpo di un santo era quindi necessario spostarsi, viaggiare, compiere un pellegrinaggio. Ma il viaggio in quei tempi era un’esperienza per pochi. Fu così che il mondo cristiano si ricoprì di reliquie: frammenti di ossa o di altri tessuti organici, oppure oggetti (o frammenti di oggetti) che erano entrati in contatto col corpo dei santi, furono prelevati e trasferiti ovunque, custoditi come gioielli.

Una fase della ricognizione alla ossa di San Vittore e Santa Corona (Feltre 1981).

Per ottenere le reliquie venivano usati tutti i modi possibili: l’amicizia di un vescovo, a generosità di un potente, oppure acquistandole, o addirittura rubandola. Il possesso di una reliquia dava prestigio alla chiesa che l’ospitava, attirava masse di pellegrini, favoriva le elemosine e i lasciti. Tanta clientela ansiosa di santità divenne facile preda di falsari e di imbroglioni, che spacciavano come reliquie preziose frammenti prelevati dalle sepolture della gente comune. A volte venivano depredati corpi interi. False reliquie furono così vendute a caro prezzo a vescovi, prelati, ricchi signori o poveri fedeli. Laddove c’era una reliquia nasceva una chiesa. E più «importante» era la reliquia più grande era la cattedrale che veniva edificata. Tutto questo, ovviamente, non scalfisce il senso profondo della religiosità popolare che le reliquie hanno sempre suscitato tra le persone in buonafede.

 

 

 

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