Canepinesi noti, meno noti, comunque da ricordare

Canepinesi noti, meno noti, comunque da ricordare

Don Alessandro Testa detto «Padre Pera»

Tentò di salvare la chiesa di San Michele Arcangelo devastata da un incendio
Dottissimo, amante della letteratura classica e «genio» della matematica

Don Alessandro Testa, per circa 59 anni parroco di San Michele Arcangelo.

CANEPINA – «Don Alessandro sì che è una n vero prete, che sa di greco e di latino. Non ti fidar del frate fatto prete». É il sonetto, di cui circola anche una versione più «cattiva», che Lorenzo Fiorentini, da tutti conosciuto come G«Biracchio», noto tra l’altro per essere stato un arguto poeta a braccio, dedicò a don Alessandro Testa, soprannominato, non si sa perché, «padre Pera». Don Alessandro era parroco di San Michele Arcangelo, la parrocchia «povera» di Canepina. L’altra, quella «ricca», era la parrocchia di Santa Maria Assunta, affidata all’arciprete don Emidio Moscatelli, rampollo di una ricca e potente famiglia. Ma perché «e Biracchio» consigliava ai compaesani di fidarsi di don Alessandro e non dell’arciprete? La ragione era tutta politica e prendeva le mosse dalla firma del Concordato tra l’Italia e la Santa Sede. Concordato che, tra l’altro, dava facoltà ai sacerdoti di applicare alle spalline o al colletto della tonaca dei gradi simil-militari: un simbolo tangibile del ruolo anche civile conferito ai preti con la «conciliazione». Il fascismo, in primo luogo il suo capo Benito Mussolini, pensava così di incanalare nel movimento fascista il cattolicesimo nazionale; da parte sua il Vaticano riteneva, sbagliando, di «…aver ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio». Ma una minoranza del mondo cattolico, tra cui un gruppo di preti, era contraria al Concordato poiché, a loro avviso, avrebbe conferito legittimità morale al regime. Tra questi ultimi c’era don Alessandro, che non applicò mai quel simbolo sulla sua tonaca. Al contrario, l’arciprete Moscatelli indossò immediatamente i gradi, svelando così le sue simpatie, o comunque la sua non ostilità, per il regime. Un particolare, quest’ultimo, che non sfuggì al «Biracchio», che dagli squadristi canepinesi aveva subito ogni sorta di angheria, compresa la cacciata dall’ufficio postale e dal dazio al consumo in cui lavorava[1]. Così vergò il sonetto. E ancora, perché riferendosi all’arciprete, lo definisce «frate fatto prete»? Perché don Moscatelli entrò dapprima in un convento dei Carmelitani scalzi ma, secondo la vulgata, non riuscì ad adattarsi alle dure regole dell’ordine. Quindi chiese e ottenne di entrare in un seminario diocesano di Roma dal quale uscì prete secolare all’alba del 1900. Era nato a Canepina il 23 settembre 1875.

La chiesa di San Michele Arcangelo
subito dopo l’incendio del 1915.

Don Alessandro, dotato di un’intelligenza vivacissima, con una spiccata predisposizione per la matematica, entrò da adolescente nel seminario diocesano di Viterbo. Nel 1907 fu ordinato sacerdote[2]. Aveva 25 anni, essendo nato l’11 gennaio 1882. Fu subito inviato a Canepina con il ruolo di aiutante parroco della parrocchia di San Michele Arcangelo, della quale, nel giro di pochi anni, divenne dapprima viceparroco e poi parroco. Ruolo che tenne per tutta vita. La chiesa si trovava all’inizio di via Donazzano, e aveva l’ingresso prospiciente l’omonimo ponte, dal quale si arrivava nella piazza del comune. La sua parrocchia, nel 1900, aveva 754 «anime», quella dell’Assunta 1681. Il confine tra le due parrocchie era segnato dal torrente Ripa. San Michele Arcangelo comprendeva via Roma, viale Mazzini, via Umberto I, via Donazzano, via Piazzetta, vicolo dei Bottai, via Ortolega e poco altro. Don Alessandro abitava con le sorelle nel cosiddetto castello degli Anguillara, nell’appartamento attiguo alla torre minore. Anche egli, al pari di don Emidio Moscatelli, era arciprete, come dimostra il cappello arcipretale che compare nell’unica sua fotografia esistente. Alcuni anziani canepinesi che lo hanno conosciuto lo descrivono solitario e silenzioso, avvolto nella tonaca lisa, percorrere a fatica la scalinata di via Torrione che conduceva nella sua abitazione, soprattutto negli ultimi anni di vita. Ricordano anche che era solito aiutare i bambini che avevano bisogno di ripetizioni di matematica e di altre materie. Appassionato di autori classici conosceva a memoria lunghi brani delle loro opere.

Il telegramma con cui il podestà di Canepina chiede l’autorizzazione ad abbattere il campanile.

Pochi anni dopo la nomina a parroco, don Alessandro dovette affrontare uno dei momenti più drammatici della sua esistenza: nel gennaio 1915, un violento incendio, divampato nell’altare a destra dell’entrate, dedicato a sant’Antonio Abate, provocò la caduta di gran parte della volta e del tetto di San Michele Arcangelo, oltre a distruggere pressoché tutte le suppellettili. Solo la grande statua di sant’Antonio, in legno di pero, scampò alle fiamme e, nonostante un improvvido e pasticciato restauro degli anni ’70-’80, è tuttora conservata nella chiesa della Madonna del Carmine. I tecnici dalla Soprintendenza ai monumenti del Lazio, dopo un sopralluogo, stabilirono che San Michele Arcangelo poteva essere recuperata, sebbene con una spesa cospicua. Dal quel momento iniziò una lunga ed estenuante attività di don Alessandro per ottenere i fondi necessari al ripristino. Ma gli anni passavano e le condizioni di quel che restava della «sua» chiesa continuava ad essere preda di un crescete degrado, che finì con l’aggredire anche il campanile cinquecentesco, risparmiato dall’incendio. Così, il 17 aprile 1935, il podestà di Canepina, inviò un telegramma alla Sovrintendenza ai monumenti del Lazio: «Causa imminente pericolo prego autorizzare telegraficamente per demolire campanile di cui precedenti note». Il campanile rischiava infatti di crollare sui tetti delle case circostanti. La risposta della Soprintendenza arrivò lo stesso giorno: «Si autorizza demolizione campanile chiesa San Michele». L’intervento del Comune fu ancora più radicale poiché fece abbattere anche le porzioni di volta e di tetto ancora in piedi nonché una parte delle mura perimetrali verso via Donazzano.

Per don Alessandro fu un colpo durissimo: dal 1915 la sua parrocchia era stata «momentaneamente» trasferita nella chiesa della Madonna del Carmine, comunemente chiamata dai canepinesi «dei Frati». Quest’ultima, pur non essendo a rischio crollo, era in condizioni di totale abbandono. Chiusa dal 1871, cioè quasi mezzo secolo prima, quando l’attiguo convento fu espropriato ai carmelitani dal Regno d’Italia, e utilizzata come deposito, era preda dell’umidità, della polvere e delle ragnatele. Tutte le decorazioni dell’altare centrale e degli otto laterali, nonché le pareti, erano state scialbate con calce bianca e gran parte degli arredi era inservibile. Superato il primo momento di sconforto, don Alessandro riprese a scrivere, incontrare funzionari ministeriali e delle soprintendenze, curiali di vario grado al fine di ottenere contributi per ripristinare, almeno in parte, la chiese del Carmine, destinata a diventare sede definitiva della sua parrocchia. Ma il destino volle che tutte le sue iniziative risultassero ancora una volta vane.

La prima lettera inviata da don Alessandro al ministro Bottai per chiedere fondi da destinare al ripristino della chiesa del Carmine, diventata sede della parrocchia di San Michele Arcangelo.

 

Nel 1938, esasperato, prese un’iniziativa senza precedenti: inviò un’accorata lettera[3] al ministro dell’educazione nazionale Giuseppe Bottai, uno dei rarissimi personaggi «illuminati» del regime: «Oso rivolgermi alla Eccellenza Vostra – scrive don Alessandro – per interessarla della Chiesa del Carmine, ove officio in qualità di parroco. Chiesa che è ufficialmente nota sotto il nome di Santa Maria del Fossetto alla Regia Soprintendenza dei Monumenti del Lazio, la quale ebbe ad effettuare speciale sopralluogo pochi anni or sono in persona del chiarissimo Ing. Guglielmo De Angelis. In tale occasione – aggiunge – fu inviata a codesto On. Ministero un preventivo di massima aggirantesi sulle 4.000 lire[4] circa, somma ritenuta assolutamente necessaria e indispensabile per far fronte alle più urgenti riparazioni della Chiesa sopra indicata, interessante sia artisticamente che storicamente. In risposta – precisa don Alessandro – mi furono fatte alcune eccezioni, nel senso che ad una parte almeno delle riparazioni richieste avrebbe dovuto pensare il sottoscritto, trattandosi di manutenzione ordinaria. A tal proposito – sottolinea – faccio presente che il sottoscritto si trova ad officiare nella Chiesa del Carmine o del Fossetto dal 1915, in seguito a un incendio che distrusse la sua Chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, e che la sua Chiesa del Carmine o del Fossetto gli fu concessa in via assolutamente precaria e in condizioni fatiscenti di deplorevole abbandono che durava da parecchi decenni.In considerazione che il sottoscritto ha dovuto provvedere da oltre un ventennio da solo – conclude – e senza l’aiuto di nessuno, essendo il Comune poverissimo, a mantenere la Chiesa in un possibile stato di decoro apparente, mentre ormai il Tempio richiede, come richiedeva, restauri di entità tale, a cui egli non far fronte in alcun modo. Conoscendo il benemerito interessamento dell’Eccellenza Vostra per le cose artistiche e per la Provincia di Viterbo, mi permetto di chiedere che ai lavori e alle spese si interessi la Regia Soprintendenza del Lazio. Canepina 20.2.38 – XV».

 Non ricevendo alcuna risposta, sei mesi dopo, 17 agosto successivo, don Alessandro inviò un’altra lettera[5] al ministro Bottai: «Più di una volta – scrive – mi sono permesso di richiamare la Vostra attenzione sulla necessità di restauri alla mia Chiesa del Carmine in Canepina (Viterbo), Comune povero con un parroco ancora più povero. Il 1° Giugno a. c., con nota 1329/939, il Com. Terenzio[6] mi partecipava della possibilità di un contributo ministeriale; ed è perciò che qui unito rimetto un preventivo del perito Sig. Fiorentini Francesco, restando in benevola attesa di un vostro generoso atto. Canepina (Viterbo) 17.8.1938 – XVI». Il preventivo del perito Fiorentini ammontava complessivamente a 14.400 lire e comprendeva: la riparazione degli stucchi, la pulizia e la tinteggiatura delle pareti e del soffitto, la messa in opera di tre tiranti dietro l’altare maggiore, riparazione del pavimento della chiesa e della sacrestia, riparazione e verniciatura dei mobili, ripristino e pittura del coro, riparazione del tetto[7]. Ma nemmeno la seconda lettera di don Alessandro al ministro Bottai ottenne risposta.

La chiesa di San Michele dopo la demolizione del 1935.l

L’anno successivo egli seppe in via informale che le soprintendenze avevano subito un pesante taglio dei fondi per finanziare la «finta» conquista dell’Albania. Nel 1940, con l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, le sue speranze di restaurare la chiesa del Carmine, da 25 anni sede «provvisoria» della parrocchia di San Michele Arcangelo, andarono definitivamente perdute. I primi fondi, per la messa in sicurezza, arrivarono nel 1952 e quelli per la riparazione del tetto e degli interni, per un importo complessivo di 250mila lire, furono stanziati nel 1956. Ma don Alessandro non c’era più. Era morto il 15 ottobre 1950, aveva 68 anni. Fu sepolto nella cappella di famiglia, nel viale principale del vecchio camposanto. Al suo posto era arrivato don Giuseppe Aquilanti, il quale riprese la «battaglia» del predecessore per far restaurare gli interni della chiesa del Carmine, i cui decori, come detto, erano stati scialbati nel 1871. Come don Alessandro, don Giuseppe scriverà decine di lettere, di solleciti, di suppliche. Si fece «raccomandare» da Enea Cianetti, all’epoca consulente della Soprintendenza di cui era stato per decenni economo. Ma anche lui restò in gran parte deluso. Il completo recupero della chiesa, dal pavimento al restauro degli stucchi, dei dipinti, dei quadri e di parte degli arredi originali riuscirà solo negli anni ’80 con don Giovannino Bitti. Durante la sua lunga permanenza a Canepina, oltre alla chiesa del Carmine, don Giovanni riuscì a restaurare la chiesa di San Giuseppe, praticamente crollata, la chiesa della Madonna delle Grazie, la chiesa di Santa Corona, inagibile da decenni, e a completare i restauri di Santa Maria Assunta.

La parrocchia di San Michele Arcangelo, «quella povera», eretta a metà del 1500, sede della Confraternita della Misericordia, affidata per mezzo secolo «all’ancor più povero» don Alessandro Testa, detto «padre Pera», quello che «sa di greco e di latino», uomo colto, dotato del genio della matematica, amico di personaggi un po’ bislacchi e un po’ geniali che sono entrati nella piccola storia di Canepina, che non piegò mai la testa davanti ad alcun potere che non fosse quello della Chiesa, fu sciolta e accorpata a Santa Maria Assunta. Era il 1960.


[1]Archivio di Stato di Viterbo, Archivio storico dei Comitati provinciali Anpi e Anppia, busta 1, fascicolo 7, Memoriale Lorenzo Fiorentini.

[2] Archivio Capitolare di Viterbo, Archivi delle chiese parrocchiali della Diocesi di Viterbo.

[3] Archivio della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti, e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, Busta numero 156.

[4] Don Alessandro, evidentemente, nell’indicare in 4.000 lire “la somma assolutamente indispensabile per far fronte alle più urgenti riparazioni” si riferiva esclusivamente ai lavori più urgenti, poiché il preventivo eseguito dal perito Francesco Fiorentini ammontava complessivamente a 14.400 lire.

[5] Ibidem.

[6] Terenzio era il Soprintendente ai monumenti del Lazio.

[7] Ibidem

 

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